Opera al nero - Nerezza - Nigredo

Opera al nero - Nerezza - Nigredo

martedì 6 luglio 2010

Vinterer / Paehanhutz / Qhvathic Megarvn - Frequencies from another dimension [three way split]

Comincio la mia prima recensione con un compito davvero complesso, quale descrivere una raccolta di Ambient-Noise music. E come se non bastasse, quando il gioco si fa duro troviamo che le tre canzoni del breve album non sono frutto di un singolo progetto, e di conseguenza di un singolo obbiettivo o ideale, ma ogni canzone è stata composta e registrata da un progetto diverso. Si tratta dello split di Qhvathic Megarvn, Paehanhutz (mi scuso personalmente con Valerio per la mancata dieresi, che non riesco a trovare) e Vinterer. Dei ragazzi, che sicuramente non trattano la loro musica come qualcosa per compiacere i loro genitori o per chissà quale lucrosa aspettativa, senza chissà quale esperienza alle spalle. Tre progetti con una sola prospettiva: mettere in scena la loro creatività inscenando un teatro di violenza sonora al passo con le proprie capacità espressive. Come chiunque potrà constatare, la Ambient music dotata anche solo di accenni sperimentali, non è un pasto musicale degno di tutti, ma è frutto di un'estetica che va compresa e condivisa, o quanto meno accettata. Se poi questa sperimentazione sonora porge il fianco al rumorismo, e insieme ballano un valzer sui padiglioni auricolari di chi non concepisce certe scelte artistiche, è inutile cercare di spiegarsi: Vi prenderanno per il culo per il resto della vita. È quindi chiaro che un lavoro del genere non è mirato ad un pubblico vasto. Chiarita questa situazione, cercherò di essere il più oggettivo possibile. L'intero lavoro è un chiarissimo crescendo, ma non nel senso musicale del termine quanto nel concetto stilistico: Si passa da una sorta di introduzione Ambient, quasi concepita nel ventre di Satie e partorita attraverso un Brian Eno più malinconico del solito. Ma senza badare ai riferimenti a questi autori ben più noti che servono solo a stabilizzare l'orientamento, l'originalità del pezzo sta nel passare da un sottofondo piovoso ad uno spartito di piano più classico e imponente, che trasferisce l'ascoltatore verso uno scenario diverso, ancora grigio ed inverosimile, ma sempre tenero seppure triste. Ricomincia la pioggia e subito i primi accenni di pazzia avanguardista si fanno sentire: Le note si fanno lentamente distanti, dissonanti, a tratti sembra che sia un bambino a suonare i tasti del pianoforte, una ninnananna lenta che tende a rilassare l'ascoltatore in attesa del crescendo burrascoso. Paehanhutz interrompe la pioggia con un crescendo alienante. Il paesaggio sonoro è ora distorto, confuso e claustrofobico, a un passo dallo spaventoso. Personalmente la sensazione è quella di una passeggiata in stato confusionale, lungo dei binari ferroviari arruginiti, mentre ci si lascia il sole alle spalle. Ferraglia, ruggine e vento sono i tuoi compagni di viaggio mentre attraversi al freddo questo paesaggio devastato. Tutto questo fino ad incontrare una galleria buia, nella quale vorresti buttarti e lasciarti sconvolgere dai magnifici orrori celati al suo interno, ma resti lì a lanciare solo un paio di occhiate, restando in una zona ancora illuminata dalla quale poter scorgere tutto senza rischiare di essere ferito sul serio. A questo punto entra in scena Qhvathic Megarvn, con la scelta banale, ma quanto mai azzeccata di non dare un titolo alla sua opera. Maestosa tortura straziante, queste le tre parole che mi vengono in mente ascoltando la sua scelta più Noise che altro, in cui hai brevi istanti in cui sei libero di dimenarti, di farti male con il ricordo di ciò a cui sei sottoposto. Molte pause quindi fra una sessione di frustate e l'altra, un archetto del violino che svena le corde di una chitarra distorta e le gocce del loro sangue che cadono per terra producono ulteriore rumore, angosciante e amplificato all'inverosimile. Un tris di concezioni diverse della sperimentazione ambientale, in questo caso non tanto devota ad un ambiente fisico, ma a quello psicologico, e cioè alla costruzione fantastica di ogni viaggiatore che non teme di affrontare un paesaggio sonoro così avverso.




Tracklist:
  1. Vinterer - Deep Calm
  2. Paehanhutz - White Nexus
  3. Qhvathic Megarvn - [senza titolo]
Tempo totale: 24.06

    martedì 8 giugno 2010

    Una domanda retorica.

    Questa società è stata costruita in modo tale che non porterà alla sopravvivenza della specie. Ve lo dimostro: Supponiamo che per una qualsiasi catastrofe naturale rimangano sparsi per il globo solo un milione di persone. La popolazione si è ridotta a molto meno dell' 1%, e così anche la densità media della popolazione. Un solo milione di persone, partendo da sei miliardi. Concludo con una domanda su cui riflettere: Questo milione di persone, secondo voi, sarà in grado di procurarsi il cibo, preservare un'adeguata igiene, contrastare malattie e procreare?

    giovedì 6 maggio 2010

    l'eredítaë l'è ascusa 'nte sta çittaë ch'a brûxa ch'a brûxa inta seia che chin-a e in stu gran ciaeu de feugu pe a teu morte piccin-a.

    Fabrizio De André - Sidùn

    Questa canzone mi ha appena sconvolto. Dato che il testo l'ho letto un po' di tempo fa, non lo ricordo nei particolari, ma solo nel concetto generale.
    Non so cosa mi sia preso all'ascolto, ma non sono più tanto sicuro di alcune cose. Ero del parere che decidere della vita e della morte altrui significhi condannare qualcuno alla schiavitù. Ti uccido, sei schiavo della mia decisione di porre fine alla tua vita ; Ti genero, ti rendo partecipe alla vita per mia scelta, sei condannato ad essere mio figlio, che tu lo sappia oppure no, sei condannato a vivere, sei schiavo della vita. Per me la riproduzione non è altro che una perpetua condanna alla schiavitù della vita per le generazioni successive. Siamo tutti schiavi, sempre.
    Eppure, qui la mia coscienza ha partorito qualcosa di diverso:
    La libertà non è il solo valore a cui tutti tendiamo, c'è l'amore.
    Che cosa sia l'amore materno è qualcosa che non saprò mai...  purtroppo o per fortuna, e non mi reputo (almeno non ancora) intenzionato o quanto meno competente ad allevare un figlio. Che cos'è l'amore fra genitore e figlio? Qualcosa di effimero? Qualcosa di eterno? Qualcosa di imponente oppure di minima importanza?
    Cosa prova un genitore quando un figlio gli muore fra le braccia?
    In questa canzone, Fabrizio De André descrive i lamenti di una madre, che perde suo figlio dopo che la sua città è stata devastata da alcuni soldati.
    Tutto quello che questa donna sta pensando, sta vivendo, i pianti, il rumore delle bombe, le fiamme, il caldo, il sangue sui vestiti, il singhiozzo, la gola che le brucia per le urla, io non riesco ad immaginarlo. Nessuno di voi riuscirà mai ad immaginarlo, De Andrè non l'ha immaginato, lo ha ideato. Ha ideato una scena mostrandoci l'esteriorità della stessa nella forma più cruda ed esplicita che la sua musica sapesse sostenere. Trasportata da quelle note musicali, l'agonia di una madre che perde un bambino è in parte elaborata da ciascuno di noi. Io ho colto la disperazione della donna, cioè il suo sfogo del dolore. Qualcuno coglierà solo il dolore della donna, qualcuno comprenderà a fondo l'atmosfera di disagio che si forma sull'ambiente dove si svolge la vicenda. Ma non avremo mai un quadro totale di cosa si provi.
    La seconda parte della canzone è quella che mi ha colpito di più. Quando la donna termina il suo lamento, e si osserva un coro di persone cantare quasi un gospel. Per me questa scena è il giorno dopo, il funerale del bambino, dove un gruppo di persone prega in coro per il bambino defunto mentre la madre si lascia andare alle sole lacrime che sono le note musicali che risuonano nell'aria.

    Probabilmente questo post non ha un vero e proprio senso, ma è qualcosa che mi sentivo di dover descrivere.

    venerdì 16 aprile 2010

    Non è più "mai"

    È senza tregua:

    Una continua sintesi di informazioni che ci giungono inesorabilmente dal nostro intorno. Concetti scientifici, emotivi, segnali d'allarme, campanelle che ci indicano quando è ora di posare il libro di inglese e prendere quello di religione a scuola. "Cambiate posto!" urlerebbe il cappellaio matto. Ma qui non siamo in un romanzo scritto da un matematico sotto uno pseudonimo, questa è la realtà, il mondo di Alice non è assurdo come nella fantasia. Noi non ci sogneremmo mai di pensare a cose come persone che affermano ripetutamente di essere fuori di testa, persone che per ore fissano una scatola luminosa nella propria dimora, persone che schematizzano la nostra vita ed il nostro cervello fino a scomporlo in microscopici pezzettini, impacchettarli (a mano) uno per uno e distribuirli ordinatamente in un inceneritore.
    La vita è questa, ma forse nemmeno io me ne sono reso conto più di tanto.
    Innumerevoli informazioni che giungono inesorabilmente ai nostri filtri, che rendono la realtà un'interpretazione realistica. La parola "personale" è viscida. Meglio "individuale" così si va più sull' umano e meno sul meccanico.
    Il nostro parere individuale è la sintesi: la sintesi di tutto ciò che ci avviene intorno.
    Tutto ciò che siamo deriva dal nostro DNA? E perchè non esistono due gemelli omozigoti uguali caratterialmente?

    Ma andiamo con ordine, altrimenti il mio ragionamento risulterebbe estemporaneo (e lo è, ma devo cercare di ordinarlo, altrimenti non capirete un cazzo.)

    Dunque: nasci e le persone parlano di te.
    cresci e le persone parlano con te
    muori e le persone si ricordano di te.
    Siamo soggiogati dall' altro. Le differenze somatiche della nostra specie derivano dal 2% del nostro DNA poichè il restante 98% è esattamente identico in ogni individuo appartenente alla specie "Homo sapiens". Le differenze psicologiche sono solo in microscopica parte dipendenti dal nostro patrimonio genetico. Per cui risultiamo essere tutti uguali, nonappena nasciamo.
    Poi la famiglia, gli amici, i conoscenti, la scuola ed il lavoro costruiscono per noi la nostra personalità. Sono gli altri il nostro io. Pensateci: perchè alcuni eventi sono considerati più significativi di altri? Perchè impongono dei cambiamenti radicali, istantanei, shoccanti. E gli eventi meno importanti? Non sono statici, portano solo a cambiamenti più lenti, quasi intangibili, ma che alla lunga distanza appaiono chiaramente. Ne è un esempio la crescita fisica: gli ormoni cambiano il carattere costantemente, per tutta la vita. Così anche le persone: litighi con una persona, ci fai a botte, magari vinci ma lui rimane a terra distrutto, l'ambulanza lo porta all'ospedale. E tu magari ti senti in colpa, soffri, ti maledici. E cosa sarebbe accaduto se non fosse successo? Avreste chiarito a parole, qualcuno vi avrebbe diviso, ricordi soltanto che avete litigato, e lo maledici. Non pensate di essere unici per conto vostro, non dite "io non mi farò mai influenzare dalle altre persone, sarò solo me stesso" non potete dirlo. Non è più "mai", non lo è mai stato, ci siete dentro, e lo sarete per sempre.

    Se siete d'accordo con ciò che ho scritto in precedenza continuate a leggere, altrimenti,  fate quello che volete.

    La libertà cos'è? È da una parte la consapevolezza del nostro essere materiale (la consapevolezza del nostro essere generale è quella che io chiamo "anima") ma dall'altra parte è la responsabilità di preservare la libertà altrui. Questo perchè se siamo ciò che decidono gli altri, dobbiamo lasciare che sia la loro libertà a plasmarci, non i loro limiti. È per questo motivo che non mi è mai piaciuta l'espressione "La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri" perchè suona proprio come una condanna a non essere mai liberi del tutto, ma schiavi, succubi, della società. La libertà non finisce, la libertà è concatenata a quella degli altri, la mia libertà è quella degli altri. La società sta cercando di fregarci, confondendoci le idee: gli animali agiscono per istinto, in ordine con le leggi della natura, nell'essere umano il potere stravolge tutto. Altri esseri umani per ottenere il potere ci hanno fatto credere con la paura, e con le minacce, che siamo destinati ad essere succubi. Quando gli umani hanno compreso che la schiavitù era una tattica per soggiogarli, hanno reagito instaurando una libertà, ma è durata poco: I sedicenti garanti della libertà hanno per secoli distorto, smembrato, trucidato il concetto della stessa, ponendole dei "limiti". Ma la libertà non ha limiti, la libertà non è personale. La libertà è biunivocamente individuale e sociale. Chi sa di dipendere dalle scelte degli altri, accetta gli altri come parte di sè stesso, fa proprie le opinioni contrastanti, ragiona, riflette, cresce. Ma la macchina burocratica impedisce la solenne evoluzione umana fino allo stato sublime di natura, fino alla consapevolezza umana,anzi lo inibisce fino a ribaltarlo, ci porta al caos, alla voglia di distruggere ciò che abbiamo di umano, alla necrosi sociale.

    È senza tregua.